Centro Studi Storici Francesco Cleri

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27 giugno 1944

Pubblicazioni




Data fatidica per il giovane partigiano
Andrea Gregis di Sedrina che,
arrestato dai nazi-fascisti in Valle Taleggio, comincia la sua terribile storia che lo condurrà al campo di sterminio di Mauthausen al quale, fortunatamente, sopravviverà.

Dopo cinquant'anni di silenzio, egli parla della sua esperienza che, raccolta, ha dato vita a questa pubblicazione.



27 giugno 1944 (dagli orridi di Taleggio all'inferno di Mauthausen).
Diego Gimondi
Edizioni Cadonati, Curno (Bg) 1996
formato cm 18x25
pagine 82


Presentazione


Andrea Gregis non compare nelle schede dei nostri Patrioti e ben poco si conosce della sua attività nelle file partigiane bergamasche; rovistando fra le carte (...) depositate presso ISREC compare in un elenco un accenno su di un certo Gregis... partigiano residente a Sedrina”. Così scrive Diego Gimondi nella Introduzione a questo lavoro, quasi a sottolineare, fin dall’inizio, la scarsezza di informazioni su uno dei tanti oscuri protagonisti delle vicende della seconda guerra mondiale e della Resistenza. Ma, ancora una volta, la tenacia di un ricercatore, che riesce a far parlare un testimone “riluttante”, riporta alla luce lontani ricordi, che ora ricompaiono come fantasmi nella mente del protagonista il quale, per tutta una vita, con uno sforzo non indifferente, si era riproposto di dimenticare”. Andrea Gregis era nato a Sedrina nei primi mesi del 1926. All’arrivo della cartolina che lo chiama alle anni sotto la Repubblica di Salò, sul finire della primavera del 1944, decide con due amici di unirsi ai partigiani della Val Taleggio. Non molto tempo prima del terribile rastrellamento del 27 giugno (ed è merito di Gimondi descrivere con attenzione i vari momenti dell’azione nazifascista, in altre opere spesso ricostruite con errori grossolani). Gregis è catturato in località Buco, non molto lontano dalla Centrale Orobica,  mentre con pochi compagni tenta di presidiare l’imbocco della valle. Legato e condotto a Pizzino, è costretto ad assistere alle scene di inaudita violenza dei rastrellatori, che bruciano e fucilano, secondo un triste e ripetuto rituale. E’ poi trasferito a Bergamo e incarcerato a Sant’Agata; processato e condannato a morte, passa al carcere di via Locatelli, dove divide la cella con don Agostino Vismara, che “mi faceva coraggio dicendomi che non mi avrebbero ucciso perchè ero troppo giovane”. Da Bergamo è spostato a Verona, a Forte Ercole, luogo deputato alle esecuzioni: “La notte diventava per me una cosa impossibile in quanto ero continuamente assalito dagli incubi (...) sognavo che i tedeschi mi sparavano (...) e mi svegliavo terrorizzato”. La condanna a morte viene commutata nella deportazione nel lager di Mauthausen, dove diventa il numero 113993 e vive gli orrori indicibili della ferocia nazista, E’ uno dei “salvati”, liberato il 5 maggio 1945 dagli americani, che nel ricordo restano “i dispensatori di ogni ben di Dio”: raccolsi un salame e ne mangiai più della metà e inoltre presi del caffè in una gavetta e ci misi tanto di quello zucchero che, a fatica, riuscivo a mescolano con il cucchiaio».  Gregis ritornò in Italia con un viaggio lungo e terribilmente lento, nel quale inizia a farsi strada quella delusione che lo accompagnerà negli anni a venire, mitigata forse dalla gioia del ritorno nel mondo degli affetti familiari: “Mio padre, posta una tinozza piena d’acqua nel centro della piazza, svestitomi della divisa che mi aveva accompagnato per lunghi mesi al lager di Mauthausen, agli occhi di tutti, volle lavarmi da capo a piedi”. L’acqua che lava, pulisce, quasi un simbolo contro le violenze subite; questo rituale deve essere compiuto in modo visibile, nella speranza di un risarcimento morale che riconduca alla normalità.
Questa, nella partecipe ricostruzione dell’autore, la vicenda umana di Andrea Gregis, giovane partigiano e deportato politico nei Kz: una “piccola” storia, potrà osservare qualcuno, simile alle molte già ricostruite e raccontate, una tesserina nell’infinito mosaico di avvenimenti della seconda guerra mondiale. Eppure è importante, molto importante, che anch’essa vada ad aggiungersi al coro, sempre più ampio, di chi non ha voluto dimenticare e ha sentito, ad un certo punto della sua vita, la “necessità storica di trasmettere agli altri la sua triste esperienza”.
Chi s’interessa di storia sa che il quadro conoscitivo di eventi così sterminati e drammatici non può più prescindere dalle piccole” storie: la costruzione di una memoria collettiva che si opponga alla rimozione e al silenzio ha bisogno di essere alimentato dal flusso continuo dei ricordi di chi visse esperienze decisive o “esemplari”.

Angelo Bendotti

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