Centro Studi Storici Francesco Cleri

Vai ai contenuti

Menu principale:

Don Leopoldo Gentili

Pubblicazioni




Originario di Bracca (Bg) dove nacque nel 1871, coltivò una immensa passione verso lo studio e la ricerca.  
Rettore presso il seminario vescovile di Bergamo,
ebbe presso di lui Angelo Roncalli - il futuro Papa Giovanni XXIII - al quale rimase legato da sincera amicizia.

Nella località lacustre di Predore (Bg), dopo una breve parentesi a Gromo (Bg) e a Gerosa (Bg),  svolse amorevolmente il suo apostolato ininterrottamente per cinquant'anni incidendo profondamente oltre che spiritualmente, al suo sviluppo socio-economico.

Don Leopoldo Gentili l'arciprete di Predore.
Diego Gimondi
Ferrari Editrice, Clusone (Bg) 2003
formato cm 17x24
pagine 127



Presentazione



Quando, nel mercato della parola ti giunge un nome di persona risuonato ai tuo orecchio nei tempi
lontani, talvolta, dallo scrigno della memoria ti emerge una figura eterea, faticosamente individuabile nel grigiore della nebbia in cui il fluire del tempo l’ha sommersa. Tal altra, invece, irrompe prepotentemente nella fantasia il volto di un tuo caro, che hai amato e che, in realtà, ha continuato ad abitare silenziosamente dentro di te. E’ facile affermare che la dizione “arciprete Gentili” appartiene alla nomenclatura familiare di Predore; il suo richiamo evoca ricordi, suscita emozioni, rinnova desideri e finisce con suggerire progetti di bene.
Ben a ragione, pertanto, è data alle stampe questa sua biografia, tanto scarna di particolari quanto rigorosa nel metodo, a testimonianza di una gratitudine che non muore.
Quanto a me, la figura del canonico Gentili si annoda alla mia infanzia soltanto con un filo sottile. Egli, in quantoVicario di zona, veniva al mio paese Tavernola, per una sorta di esame di quelle nozioni catechistiche che noi ragazzi dovevamo dimostrare di conoscere bene a memoria. Ci allineavamo lungo la navata del]a chiesa e il Vicario la percorreva da cima a fondo nella sua imponenza fisica, ci interrogava distintamente con voce grave, leggermente nasale, senza peraltro incutere una gran paura; ci stupiva per le lunghe scarpe che calzava e per lo spazio che copriva con un solo passo.
Anche se per noi ragazzi il tratto di strada tra i due paesi veniva facilmente percorso a piedi nudi, sospingendo un cerchio, restavamo meravigliati che una siffatta autorità ecclesiastica venisse e tornasse a Predore con le proprie gambe. Da sacerdote ebbi modo di incontrarlo in casa sua, molto modesta, senza peraltro meravigliarmi perché non era certo peggiore delle comuni abitazioni dell’immediato dopoguerra.
La differenza di età mi poneva in lieve soggezione, e egualmente influivano in tal senso il suo fare serio, il suo dire laconico e la sua ordinaria allergia a pavoneggiarsi di cultura. In tal modo non venni a conoscenza, ad esempio, della sua competenza archeologica, anche se, avendolo osservato più volte durante i lavori per la chiesa di San Rocco e avendolo spiato mentre si dedicava ad alcuni lavoretti nella parrocchiale, mi ero già convinto sulla sua capacità, direi da perfezionista, nel valutare e nel trattare i materiali. In seguito, venni a conoscere dall’amico don Giorgio Baccanelli (che, alla morte dell’arciprete, mi successe come vice direttore nel seminario di Bergamo) la straordinaria sequenza di imprese compiute da questo prete, contagiato sino al midollo dalla malattia della pietra.
Entrando in punta di piedi nelle pieghe della sua vicenda sacerdotale scopriamo in don Gentili il pastore insonne, occupato nella cura della sua gente piuttosto che pretestuosamente inserito in  uno di quei circoli che cullano, in equo dosaggio, consigli e sogni avveniristici. In lui nessun narcisismo di maniera, ma, se mai, la offerta quasi ostentata della sua tonaca di prete, più simile  alla tuta del muratore che all’abito del professionista.  Non doveva essere facile al riso, ma non per questo uomo triste. Una persona senza gioia è come una vela senza vento, mentre invece, nel suo animo soffiava la brezza dello Spirito di Dio, e inoltre egli poteva godere anche umanamente ogni  volta che portava a compimento una iniziativa e specialmente quando osservava i suoi predoresi, che lo capivano, lo stimavano e lo amavano, frequentare con assiduità quel tempio che egli, nei primi anni dì parrochiato, con grande ardimento e con pari fatica, aveva edificato con loro e per loro.
Con il criterio maturato nell’arco di un lungo servizio episcopale posso lucidante affermare che don Leopoldo fece una scelta indovinata quando non cedette alla lusinga di una promozione “sul campo”, perché nessuna isola è tanto felice e nessun campo è tanto fruttifero quanto una parrocchia nella quale la comunione tra popolo e pastore è a lungo consolidata. Indubbiamente non mancarono per lui, nell’arco di mezzo secolo, neppure le stagioni della sofferenza acuta, come quando dal fronte di due guerre arrivarono notizie funeste o quando piccole fazioni minacciarono violenze alla sua persona e soprattutto quando, in quel  27 dicembre 1942, sette giovani lavoratrici trovarono la morte nelle acque gelide del nostro lago.
E mestiere di padre piangere e, se mai, occultare le proprie lagrime per consolare i propri figli afflitti. Alla luce dei miei ottant’anni voglio leggere la spiritualità dell’arciprete Gentili nel contesto della schiera dei tanti preti scomparsi, i quali hanno servito la nostra diocesi con fede semplice e ferma, spirito di sacrificio generoso, fedeltà costante nelle piccole e nelle grandi cose, schietto amore verso Dio e verso il prossimo...  
Notizie ben più saporite e più documentate di queste mie il lettore potrà attingere dal quieto accostamento a questa memoria, scritta con sincero affetto da persone desiderose di sollevare, nel cinquantesimo anniversario della sua morte, il velo sulla personalità di questo Pastore d’anime, che, nell’immaginario degli anziani di Predore, rimane “una leggenda” e che, per tutti, rappresenta una  splendida pagina di Vangelo  vissuto.

Mons. Bruno Foresti


Torna ai contenuti | Torna al menu