Centro Studi Storici Francesco Cleri

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Villa d'Almè vol. II

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In questa seconda parte la storia prende più vita narrando da vicinole vicende della gente,  la nostra, che, emersa dalle brevi invasioni turbinose come dalle dominazioni secolarmente stratificate ogni volta più provata e più rinvigorita, attende alla dura quotidianità dell’esistenza dividendosene secondo scelta libera o, più spesso, necessitata, compiti e attività.



Villa d'Almè dalle Origini al Seicento (vol. II).
Diego e Osvaldo Gimondi
Ferrari Editrice, Clusone (Bg) 1998
formato cm 22x29
pagine 271

Presentazione

Perché “diritto-dovere” di conoscere la propria storia non si riduca a pura espressione letteraria, viene offerto alla comunità di Villa - attraverso la Storia ancor fresca di stampa -lo strumento realizzato dal sinergico impegno di due Amministrazioni, quella del periodo 1990-1995, - Sindaco Giuseppe Scotti - che lo ha concepito e messo in cantiere, e quella attuale - Sindaco Locatelli Rosaria - che ne ha ereditato l’onerosa realizzazione e che, infine, lo ha felicemente varato. L’esecuzione di un lavoro come questo è stata affidata a Diego e Osvaldo Gimondi i fratelli che nel loro DNA devono senz’altro avere gusto e competenza per tutto quanto sa di storia. Da ciò, anni di ricerca negli archivi disponibili (altri, purtroppo, sorprendentemente impenetrabili), di umile e meticolosa consultazione dei testi a più o meno largo respiro sull’argomento, di pionieristica e talora commovente ricerca documentaria soprattutto per immagini. Ma l’elemento più evidente e personalizzante di quella che, d’ora in poi, sarà la “Nostra Storia” è il taglio che ad essa gli Autori hanno voluto imprimere: protagonista ne è la gente di Villa per cui potremmo dire che ci è stata data la Storia di Villa e dei Villesi, cioè della popolazione indigena e di quella, nel tempo, acquisita, soggetto e oggetto degli eventi che ieri furono, che saranno domani e che, infine, sono oggi, un oggi rapinoso, ma solidamente collocato tra un passato che origina nel mistero ed un futuro altrettanto inconoscibile. Pur senza disporre, a tuttoggi, di testimonianze che consentano di vantare per i nostri progenitori una seppur remota parentela con il cacciatore altoatesino del Similaun o con il non meno misterioso cavernicolo Valbrembano della grotta ‘Andrea’, gli Autori procedono alla ricostruzione appassionante e non arbitraria - nello scorrere di millenni tra preistoria e storia - di un ben radicato stanziamento ancorché senza toponimi né confini. Uno stanziamento che - tra accessibili alture, preludio ai corrugamenti formidabili dell’Alta Valle, e il letto del dio fiume, benefico e temibile che la sua valle se l’è scavata e va incessantemente modellandosela - è già fortemente operante mentre taluni popoli, i dominatori in epoche successive, stanno ancora “in mente Domini”. È gente, la nostra, che, emersa dalle brevi invasioni turbinose come dalle dominazioni secolarmente stratificate ogni volta più provata e più rinvigorita, attende alla dura quotidianità dell’esistenza dividendosene secondo scelta libera o, più spesso, necessitata, compiti e attività: nessuno spazio è lasciato inerte, nessuna responsabilità vien lasciata al caso, Il clero e le confratemite di pietà e di culto come i responsabili della cosa pubblica, le grandi famiglie potenti e orgogliose come quelle modeste e meno che modeste s’impongono un ritmo d’impegno e di lavoro conforme alle responsabilità, al carisma, alla necessità.
Non si pensi tuttavia ad una situazione perennemente idilliaca: quando infatti alla nostra terra, come all’intera padania, sembra, per rara provvidenzialità, risparmiato il maledetto privilegio di essere lo scacchiere ideale per le guerre europee di conquista e di predominio con il nero strascico di morte, peste, carestia, proprio allora rivalità locali con Bruntino - altamente arroccato, sempre col volto dell’armi -, fazioni, faide sembrano riemergere e arroventarsi, talora, in esplosioni di vera bestialità come l’allucinante gioco alle bocce con le teste mozzate degli avversari. Ma nei benedetti periodi di pace - e qui la ricerca raggiunge l’intensità della ricreazione - è tutto un pulsare di vita: da quella pastorale degli alpeggi, all’avventuroso e intrepido incontro di civiltà tradizioni, lingue, condivisioni religiose, attraverso i tratturi montani più impervi (proprio nella nostra terra si avvererà, un giorno, il quasi miracolo della Strada Priula), al culto per la madre terra con i suoi frutti, al ritmo delle segherie, dei folli, dei torchi, dei forni, delle fornaci, delle fonderie lungo ogni metro, tenacemente e fieramente conteso di “gera” del Brembo. Lavoro senza tregua, se si vuole vivere vuoi con rara opulenza, vuoi con decoro, vuoi - ed è situazione non infrequente - ai limiti della sussistenza, ma anche se si vogliono (leggi: si devono) rispettare le “gravezze”, le implacabili esazioni fiscali nelle quali - nihil novi sub sole - tutti i governi che ci calano sulle spalle si assomigliano.Gli argomenti, come si legge, incalzano ma gli Autori si soffermano sugli elementi - civiltà, cultura, socioeconomia - che con pari dignità e peso convergono nel crogiolo della storia, storia che si fa di tanto più difficile, complessa e, talora, contraddittoria lettura quanto più si fa vicina. E non c’è da stupirsi: questo “Saeculum horribile” ha allineato - tra altri orrori - una prima guerra mondiale, una seconda guerra mondiale e, per noi, anche una guerra civile. Per quest’ultima soprattutto, e vorremmo dare atto all’etica dell’indagine, ai già citati strumenti di ricerca si aggiunge e prevale la consultazione, talora patetica, talora sconvolgente, delle fonti vive per apprendere dalla memoria e dalla voce stessa di chi li ha vissuti le ragioni ideali e l’attuazione pratica degli accadimenti. Alla conclusione del lavoro rimane, si è già detto, in chi lo ha condotto il rammarico per il materiale inesplorato e per il sorvolo su quest’ultimo trentennio in cui si matura per Villa, ormai senza soluzione di continuità con Bergamo, il rischio di divenire l’anonima periferia del capoluogo anziché, nel rispetto del suo passato, la privilegiata alternativa residenziale. Rammarico dunque, temperato peraltro non dalla speranza, parola bella, però, nel nostro caso, aleatoria, ma dalla certezza che è già pronto qualcuno - intendiamo soprattutto qualcuno della generazione nuova, attenta preparata intelligentemente critica - al quale passare il testimone.

Cesarina Belotti


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